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Alessandra Ottieri
Quando c' la figura, un corpo riconoscibile c', spesso, sotteso, un racconto. Non che l opera non figurativa e astratta, non possa avere una sua propria storia ma pi difficile da riconoscere, pi aperta verso navigazioni incerte, come una vela che in mare aperto si apre ad ogni vento e non in grado di prevedere in anticipo la rotta a venire. Barbara Tutino una narratrice che ama l'avventura e il suo attaccamento ai personaggi usciti dal suo trepidante pennello appare profondissimo: li vuole tutti ostinatamente riconoscibili, tutti in fila come una piccola generalessa il suo piccolo e privato esercito, in carne sangue e ossa, non disposta a tollerare un non detto, una lieve e enigmatica allusione, un forse, un ma, un chiss. Dietro una forma geometrica, una linea, un punto, si nasconde un codice spesso segreto che l'artista non apre a chiunque. Barbara invece sceglie il palcoscenico, il buio, la luce, gli spettatori, il mostrarsi davanti a tutti, il biglietto da pagare, gli applausi e le sempre possibili critiche. Il teatro della mente e dei sentimenti in forma di direttori d'orchestra che proprio loro, i sentimenti, dirigono. Al buio. I corpi non esistono come se gli uomini fossero sospesi in aria, fluttuanti; eppure non sono forme evanescenti ma di possente vigore, quasi sostanze capaci di autorigenerarsi grazie ad una forza tutta interna che trasmette alle mani un movimento, un movimento in continua evoluzione, in perenne trasformazione di cui la musica altissimo pretesto, ma non finalit Via via la passione, la concentrazione, l'ascolto, la dolcezza, la rabbia, la fermezza si alternano nel buio della mente, sono sentimenti colti, , cosi sembra, al loro nascere, nel momento della loro prima germinazione come se l'artista fosse stata testimone di una storia primordiale e gli avesse poi, per farsi capire , dato le vesti di tanti direttori d'orchestra alle prese con la musica Ma lo spartito non c', non esterno Sta dentro di loro Questa, pressappoco, la storia Una donna era rimasta prigioniera in una stanza. La stanza era completamente vuota. La stanza di un appartamento disabitato. Era il suo appartamento, la sua casa.Da pochi minuti l'ultimo baule, l'ultima valigia, l'ultima cassa erano stati portati via dai traslocatori. Faceva freddo, era inverno. Nel camino l'ultimo fuoco che la donna aveva acceso ardeva ignaro della partenza, del prossimo abbandono. Nel silenzio lo scoppietto della legna sembrava parlare di qualcosa che dura nel tempo, di vite future che altri fuochi avrebbero acceso nella stanza. La donna cominci a provare rabbia e forse anche una pungente invidia per il fuoco, per le sue fiamme d'oro; avrebbe voluto soffocarlo, spengerlo definitivamente, ma non ci riusc. Qualcuno nel frattempo aveva chiuso dietro di se la porta di casa convinto che ormai non c'era pi nessuno. Il fuoco, ben riparato, si sarebbe spento presto. La donna ebbe un attimo di sollievo. C'era chi. Senza saperlo, aveva deciso per lei. Quell'ultimo giorno non era stata prevista la sua presenza. Aveva gi dato, ieri, le ultime disposizioni e i traslocatori sapevano bene il da farsi. Da anni aveva desiderato trovarsi sola fra quelle mura familiari, per decenni cos ingombra, gremita di libri quadri fotografie soprammobili carte affastellate. La casa, sentiva, una volta denudata, le avrebbe rivelato, ne era sicura, una vita nascosta, come un corpo che poteva respirare nuovamente dopo l'abbandono di vestiti troppo pesanti. Aliment di nuovo il fuoco. Si sent improvvisamente al centro di se stessa mentre era sempre stata ai margini della sua vita, protagonista involontaria di strade secondarie, non riuscendo, dispersa nei suoi stessi pensieri, a trovare la strada maestra. Adesso era sola con il fuoco. Aveva bisogno di sentirsi un elemento primordiale del Creato. Alle prese con un suo privatissimo giorno del Giudizio. Si concesse con lucidit estrema un piccolo necessario delirio. Il fuoco. Cominci a guardarlo il fuoco. Fiss gli occhi fra le fiamme, immobile. Si disse che l'avevano chiusa dentro ma era proprio quello che voleva: essere chiusa dentro se stessa, per guardare gi nel profondo di un suono che sentiva di contenere, come un difficile annuncio, una musica sorda che non aveva mai fatto emergere alla luce. Si sent strumento, strumento musicale diretto dal fuoco, suo direttore. Silenzio, silenzio, poi qualcosa, un tintinno, un frusco, un soffio cominci ad accompagnare le fiamme. Si guard intorno. C'erano lei la stanza le mura vuote il fuoco il freddo il calore. Si sent risucchiata piano piano dalla luce calda del camino, come un invito di cui aveva paura e al tempo stesso profonda inattesa attrazione. Amava il rito e i riti, da sempre. La ripetizione, sempre nuova, dello stesso gesto, dello stesso passo. Si sent all'improvviso in un tempio, il fuoco era il fuoco di un altare, il suo altare, di casa sua. Il suo corpo, nella sera, proiettava un ' ombra sulla parete spoglia. Non era sola. No non era questo, la solitudine, la follia non c'entravano. Era vigile, sacerdotessa di se, custode. Il fuoco si fece pi grande come se un soffio invisibile l'avesse alimentato. Si mise in ginocchio davanti alle fiamme. Le fiamme, voleva seguirle, ascoltarle. Si fece a poco a poco condurre dirigere guidare da loro. La donna, finalmente accordata, guard il suo direttore-fuoco. Nel buio nero, nell'oro delle fiamme vide all'improvviso quello che le pareva essere un'immagine familiare: due mani tese verso di lei che si agitavano, si chiudevano, si aprivano come un abbraccio. E un volto rovesciato indietro, teso e appassionato. La donna entr nel fuoco. Dietro il sipario delle fiamme cap che stava varcando la soglia del luogo pi sacro, pi impenetrabile, il cuore del Tempio. Il primo direttore, colui che l'aveva spinta ad entrare, era scomparso. La donna cap di aver superato una prova, una prima prova d'orchestra, tesa ad aggiustare le sue corde ancora spaventate. Sent dentro la leggerezza di una cauta euforia. Il Tempio della Musica. Espressione che aveva sentito usare solo per definire le grandi sale d'orchestra, i grandi teatri lirici. Le venne da sorridere. Per un attimo. E si fece di nuovo seria. Quel tempio, questo tempio qui e ora era di tutt'altra specie. Era il grande tempio della sua mente, dei suoi sentimenti di cui lei, finalmente, aveva cura, da brava sacerdotessa. Buio. Luce improvvisa. Segni saettanti multicolori mossi e disegnati da una mano. In mano una bacchetta. La mano era la mano di un altro uomo, un nuovo direttore d'orchestra. Il suo volto era illuminato dal fuoco. Non parlava. I segni lasciati dalla bacchetta rimasero sospesi nell' aria , immobili. La donna vide nel groviglio luminoso lasciato dal misterioso gesto comandato a bacchetta (sorrise di nuovo) la storia della sua vita. La carta geografica in bianco giallo rosso dei suoi percorsi interni, le sue mutazioni, le sue esitazioni, le sue dolorose impennate. Ma ora con un colpo di bacchetta (non stava delirando ne era sicura) il dolore si tramutava in supremo estremo gioco. In arte. In musica e disegno. Non era un incantesimo, pensava, affatto. Il rito, senza solennit, and avanti. Il direttore d'orchestra-pittore si sciolse come cera, in silenzio, nelle fiamme. La donna rimase di nuovo sola al centro di buio e fuoco. Allung il braccio destro e cominci ad agitarlo disegnando nell'aria, in ricordo e accordo con l'uomo scomparso, i suoi invisibili segni che non avevano pi bisogno di essere luminosi. La donna ora li conosceva appieno, istruita dal maestro-direttore. Si ferm. Sent, forte, un senso di attesa come se dentro di se ci fossero grandi stanze da riempire. All'improvviso vide apparire un uomo che sembrava cavalcare sul fuoco, ondeggiando. Teneva in mano una bacchetta come se fossero le redini di un invisibile cavallo. Le stava, ora, di fronte. La donna lo vide moltiplicato in tanti cavalieri, come la stessa immagine riflessa in tanti specchi, i cavalieri di una sua privata segreta apocalisse. Uno e centomila, con i suoi gesti volti uno ad uno a raccontare frammenti di una storia. La sola musica proveniva dagli scoppi e dal crepito della legna. La donna si accorse che il cavaliere, sdoppiandosi, aveva dipanato il groviglio. Aveva messo ordine nel Caos. Il direttore d'orchestra-cavaliere era stato il Grande Ordinatore. Qualcosa era cambiato. La donna vide che si stava facendo giorno. C'era pi luce. La lunga notte stava svanendo. Respir l' odore del tempo e le sembr vicino all' odore che la pioggia lascia nel sole di nuovo spuntato. Il rito, lo sentiva, si stava per spegnere, come il fuoco. Fra i tizzoni ancora incandescenti si consumava forse l'ultima scena del tempio. La donna usc dal fuoco e ritorn nella stanza vuota. La stanza che era vuota. Ora c'era una piccola folla ad attenderla. Un' orchestra. Sent che erano riunite insieme tutte le facce, tutti i protagonisti della musica, antica e moderna, classica e jazz. Tutti i suoni che aveva sempre sentito dentro di se, confusi, adesso avevanoun volto. Come tante divinit ognuna con il proprio attributo. Inutile identificarle. Bastava chiamarle Ironia, Dolcezza, Malinconia, Abilit, Fragilit, Fermezza, Ostinazione, Paura, Speranza. Ogni musicista ha la sua tonalit, il suo timbro dominante. La donna vide in faccia l' Accordo, la tanto attesa e sofferta Armonia. Al centro un Dio Padre possente ma non minaccioso dirigeva l'orchestra. Il suo ultimo fermo maestoso gesto arrest di colpo la musica. Era giorno pieno. I vivi erano tutti vivi, senza condanna. E, senza condanna, i morti. I traslocatori, poco dopo, non si sa per quale mutato segnale, riempirono di nuovo la casa. Il Tempio, ora, aperto al pubblico. Il fuoco vi sempre acceso. Questa la storia che le opere di Barbara mi hanno ispirato. Alla sua storia per immagini ho tentato di rispondere con una storia fatta di parole. Non so se potranno coincidere. Ma anche se solo cammineranno parallele potr considerarmi felice. Spero che lo sia anche chi ha tenuto in mano la sua bacchetta-pennello. Roma, 6 aprile '93, marted
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